(fotografie di C. Comazzi, B. Belluzzi, A. De Bernardi – BV, edizione 2015)

La risacca ricamava una linea bianca sul bagnasciuga seminando un’infinità di minuscole pietre pomici. Era tornata. Non potevo esserne sicura, ma qualcosa nel suo sguardo e nel suo bagaglio  me lo fece temere. Il traghetto delle 13,40  ha portato turisti accaldati , curiosi e un po’ impauriti, per il primo sbarco sull’isola, un nuovo luogo da scoprire. Noi eravamo li, al porto, ad accoglierli e smistarli nelle stanze prenotate e negli hotel : il rito dei mesi estivi. Ma quella donna risvegliava un ricordo che mi fece tremare.

Che ci fece tremare. E tremammo, come se la scossa di quel terremoto di vent’anni prima avesse ripreso il suo sciame.

Mi chiamo Despina e Schinoussa è la mia isola. Si vive di turismo e di piccolo artigianato nei mesi estivi. Due artisti abitano sull’isola e di inverno, quando la mia pensione è chiusa, promuovo le loro opere nelle gallerie di Atene. Sono in molti i turisti che lasciano l’isola con una tela arrotolata dipinta da Euclides. O da Delo, che seppure abbia vent’anni dipinge quadri magici che parlano di fuga e di spazi sconfinati. le lunghe pennellate trascinano lo sguardo lontano, verso un punto irraggiungibile e imprimono il movimento.

I turisti non sanno. Né lo sa chi torna sull’isola ogni anno. Il paese ha deciso così e ha mantenuto il silenzio.

Fu da quando Euclides arrivò con quel fagottino trovato sulla spiaggia di Livadi che la nostra vita cambiò e una rete sottile ci imbriglio’ in un patto segreto.

” Non porterà nulla di buono”, dissero alcuni quando Euclides affidò a noi donne il neonato insistendo perché il ritrovamento non venisse segnalato alle autorità.

Il paese mormorava, i pettegolezzi tennero svegli tutti fino a tarda notte. Intanto il bambino venuto dal mare aveva un nome , si chiamava  Delo come l’isola sacra.  Divise il latte e la culla con la mia ultima nata Aliki. Ogni giorno allattavo i bambini con gioia, ma il futuro di Delo mi inquietava. Quel figlio di nessuno non poteva essere che venuto da fuori. Senza apparente motivo qualcuno, la madre forse, l’aveva affidato a Schinoussa .

Fu immediatamente dopo che Euclides riunì tutti gli abitanti dell’isola. L’appuntamento alla casa della cultura venne comunicato con un passa parola veloce.

Il consenso collettivo era fondamentale. Euclides fu di poche parole : teniamo il bambino sull’isola, alleviamolo insieme. Per gli abitanti fu come una sferzata di vento profumato, l’inizio di un’avventura. Per me un sollievo.

Per un anno trascorremmo serate ancora alla ricerca di un volto, un segno che ci riportasse alla donna arrivata e ripartita. Poi il tempo passò e lei spari dalle nostre menti.

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La Madre.  Come una cantilena maligna la parola fu sussurrata, borbottata fino ad essere rimbalzata su tutta l’isola con un senso di sgomento. Il segreto poteva essere svelato. Il vincolo spezzato. Qualcuno lo prese come un segno divino.

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Allora le case si aprirono. Si aggiunsero scodelle e lettini . Il paese vibrava con una sorta di emozione nuova, un fremito di sorrisi e attenzioni e, inaspettato, il desiderio di condivisione.

A turno gli abitanti dell’isola lo accudirono, ma la più intransigente fu Irini che dettò ritmi severi per l’istruzione di quel bambino che non avrebbe mai potuto accedere a una struttura scolastica, a un’assistenza sanitaria, a un passaporto per il mondo.   Come altri Irini aveva intimamente vissuto questa adozione come una violazione dei diritti del bambino e, nel profondo, come una colpa che avrebbe pesato sull’isola fino a quando il patto non fosse stato sciolto.

Delo giocava con Aliki nel mio cortile, mi aiutava nell’orto a raccogliere i prodotti così preziosi maturati in una terra arida. La piccola vigna coltivata  con fatica riappariva nei suoi quadri, incastonata in rossi cieli e profili di isole. Delo disegnava d’istinto, con tratti incalzanti, come se avesse in mente i contorni dell’isola. Un dipinto, salvato dalla distruzione,  è appeso all’ingresso della mia pensione. Ci volle molta pazienza e molto tempo per convincerlo :”Non distruggere i tuoi quadri come mandala” gli aveva detto Euclides più volte, “devi dare alle tue immagini un’occasione di vita” ma Delo non voleva. C’era troppo di lui. Nulla è per sempre -rispondeva- nulla è veramente nostro. “Devi guadagnarti da vivere e mettere qualche soldo da parte se vuoi andare lontano come dici sempre”, insistemmo io e Irini.

Gli sarebbe stato mai possibile avere un’identità per andare ?

Fu un inverno , che grazie ai miei contatti con una galleria di Atene, convinsi Delo a impacchettare una decina di quadri ed esporli. Il successo fu immediato: la piccola galleria d’arte  di Christos al Pireo  gli aprì nuove strade. Chi passava sapeva che Schinoussa era l’isola degli artisti.  Delo così riuscì a guadagnare qualcosa, ma il sogno di conoscere il mondo rimaneva un miraggio.

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Quell’estate 2015 sembrava uguale alle altre. Delo amava la stagione calda, i suoi fratelli di adozione tornavano a piccoli gruppi per le vacanze.

Lui, figlio dell’isola , vedeva i coetanei partire per le città del Peloponneso  dove seguivano gli studi o il lavoro. Lui rimaneva, sperando. 


Il  richiamo del traghetto era stato uguale come ogni giorno, poi qualcuno arrivò’ e sussurrò’ qualcosa a Euclides.

Il pennello si fermò sulla  tela.

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Non puoi andare. Questo gli era stato detto tante volte, troppe. Nonostante tutto l’amore che gli avevamo dato, un intreccio di catene era stato chiuso intorno alla sua vita. Euclides fingeva di ignorare , idealista come sempre e cieco alle conseguenze. Fu uno schiaffo per Delo quando, ragazzino, vide gli amici partire. Fu la distruzione per i suoi dipinti che vennero strappati con rabbia. Fu il disperdersi dei colori nel nulla.

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Il cofanetto argento e cobalto brillava al forte sole di luglio calamitando i nostri sguardi. Era stata Irini a notarla tra le turiste, una ragazza esile e schiva che si aggirava un po’ sperduta in quell’estate del 94.  Per un momento si erano guardate negli occhi. Ora, ancora minuta e delicata, percorreva la banchina

Racconto di Cristiana Minoletti

 

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EUCLIDES