(Fotografie di A.De Bernardi – Corso di fotografia ed 2015)

Mi sono spenta, un mobile antico coperto di polvere in attesa di essere lucidato.

Ho avuto tutto quello che si può desiderare.

Successo, prosperità,un matrimonio riuscito almeno in apparenza.

Il cuore quello no, é rimasto congelato.

Mi sento un rametto secco, privo di linfa vitale.

Con il pensiero sono sempre  a cercare un passato sognato e rifiutato

Solo il blu cobalto da un senso alla mia vita.

Passo il tempo a catturare la natura fuggevole della luce,  i mille riflessi del mare,

le sfumature del cielo.

Questa è diventata la mia professione, pittrice.

Ricordo i preparativi della prima vacanza con l’amica più cara.

Cercavamo il mare, il vento sinuoso, la solitudine per fermare su tela i movimenti e

i contrasti.

Studiavo le scienze ma la mia anima voleva andare oltre.

I colori erano le parole che non riuscivo a dire.

Ero graziosa e minuta,di una timidezza esagerata, spaventata dall’ombra delle

Cose.

Avevamo scelto Schinoussa l’isola del sole, terra d’origine di Laura, la mia amica.

Lei mi abbandonò presto, persa dietro a un olandese possente.

Non avevo voglia di avventure , i miei genitori erano stati chiari, non ti cacciare nei guai!

E poi un ragazzo  lo avevo, Giorgio, promettente ingegnere della bella Milano.

Laura mi presentò suo cugino, Euclides.

Mi portò su e giù per sentieri cisposi e ogni volta mi sorprendeva il blu sconfinato che

Si stemperava in quegli accordi turchesi  .

Mi conquistò con quel suo amore per gli anfratti nascosti e con quel suo disegnare

nell’aria con un dito, un gesto magico che trasferiva profumi e colori sulla tela. Rimasi

dolcemente ammaliata.

Eravamo andati a Fikio con l’entusiasmo di esploratori ,le onde s’infrangevano

sugli scogli rossi nebulizzandosi nel nulla. La spiaggia era piccola parentesi di sabbia  come zucchero a velo.

Vicino al muro a secco una tamerice ci dava frescura dopo la lunga passeggiata.

Iniziai  a dipingere, intinsi il pennello nell’ acqua di mare,  abbozzai le onde tumultuose

e il candore virgineo della spuma.

Avrei voluto essere mare in  quel momento. Mi tuffai. Uscii dall’acqua infreddolita,

mi apparve l’uomo che fino ad ora non avevo visto, si avvicinò lentamente e con le sue

mani calde, con tenerezza mi asciugò i capelli, grondanti di mare.

Le sue labbra inaspettate si appoggiarono come un fondersi  schiumoso e fragoroso

fino a divenire morbida risacca.

I primi tempi a casa vivevo guardando il cielo.

Cercavo il cobalto che mi aveva dato vita

Mi immersi negli studi ma il corpo non mi corrispondeva.

Inesorabile avvenne la metamorfosi.

I miei come sempre avevano già pianificato tutto.

La famiglia che l’avrebbe adottato si trovava a Roma

Affioravano per quella creatura sentimenti contrastanti: un languore mi scaldava,

mi sfiniva il lento rosicchiare dei tarli.

Partorirai con dolore, così si legge nelle Sacre Scritture.

Se  non deve essere mio che sia della sua terra e del suo mare.

Acquistai un biglietto per Schinoussa.

Dio mio, quanto avevo desiderato tornare, pavida avevo rinunciato.

Il succhiare vigoroso mi tormentava, essere madre non é naturale lo si diventa con

Il tempo

Ma io non potevo, dovevo.

Poco prima dell’approdo nell’isola più selvaggia delle piccole Cicladi, il  traghetto

Traballò .L’imbarcazione era stata investita da un’onda anomala. Con in braccio il mio

Fagottino avevo pensato a una sorta di punizione divina,all’intervento di Nettuno per

ostacolare il mio folle  progetto. Ma ormai avevo deciso, non potevo tirarmi

indietro, qualsiasi cosa fosse successo!

Scesa al porto speravo che nessuno mi vedesse. Silenziosa m’incamminai per  Livadi

Avevo bisogno dello sguardo di Euclides, a lui riportavo il frutto dell’amore.

Con un macigno sul cuore cercai le tamerici , le fronde silenti che spargevano ombra e

sale.

Il vagito avrebbe  richiamato di sicuro la curiosità dei passanti.

Si sarebbe salvato lo sapevo.

Ritorno sui miei passi con lucida follia.

Vent’anni dopo, eccomi .

Trema la mano  che artiglia il cofanetto con il ramo di tamerice.

Non ho avuto altri figli.

Sono stata punita dal fato.

Non  ho più niente da perdere.

Il  bene più grande l’ho gettato, rifiutato per trenta denari.

Ora vorrei poterlo almeno guardare , una volta sola.

Questo è il  richiamo forte che mi ha spinto a Schinoussa.

L’ultimo tassello della mia ricerca.

Ritorno a casa.

L’amore mio é rimasto un bocciolo appassito come quel ramo di tamerice strappato .

Il mio cuore vuole ancora avere un battito lieve di vita.

Scendo dal traghetto senza scossoni questa volta.

Sono cambiate tante cose da quel giugno 1995.

I nostri sguardi s’incrociano, lui non sa chi sono.

Lo riconosco .

Gli occhi solenni e cupi sono quelli di Euclides

Non ha bisogno di me , non più.

Sta salendo sul traghetto da cui  sono scesa .

Lui va a cercare il mondo .

Io l’ho trovato, troppo tardi.

Racconto di Adriana Di Rosa

 

Vai all’inizio della storia:

CORO – Abitanti dell’isola