(fotografie ei E. Fusi, A. De Bernardi, B.V. edizione 2015)

Le onde si infrangevano sugli scogli, come una sorta di suicidio, era palese che sarebbero svanite,che dopo quella frazione di secondo non sarebbero più esistite,ma la curiosità di provare la sensazione di libertà le alimentava. A tal punto da rischiare.

Corro a piedi scalzi tra spine e sassi verso l’orlo del precipizio.

Volo, mi fermo.

Accolgo a braccia aperte il Meltémi inspirando il rassicurante profumo del mare.

Il sole si prepara a svanire oltre lo specchio salato donandomi una miscela di colori con soffi di the e arancione.

Imprimo questa immagine nella testa.

Traccio con l’indice il leggero movimento del mare e i contorni vaghi dell’orizzonte.

Chissà che cosa ci sarà oltre?

Quali profumi si sprigioneranno superata quella linea?

Il sole si è sciolto nel mare, credo che sia ora di tornare in paese.

Ricomincio a correre, non provo nessun dolore quando calpesto i sassi taglienti.

Volo.

Sulla strada asfaltata rallento e mi soffermo a guardare Nicolas, Costa, Dinos e Yannis che giocano a carte e i bambini che si rincorrono allegramente per la via centrale.

Sul mio cammino vengo accolto da un’ondata di smaglianti sorrisi e di sguardi amichevoli.

Questa è la mia famiglia.

Mi fermo davanti a una porta blu marino, marcata con il numero dodici pitturato in bianco.

L’odore è sempre lo stesso, un misto tra gelsomino e solitudine.

Sospiro.

I ricordi delle sensazioni provate per tutti questi anni riemergono assieme alla rabbia e alla tristezza. Fin da quando ho memoria, ho sempre vissuto su quest’isola,Schinoussa, una settimana da una famiglia, una settimana in un’altra, come se fossi stato una pesante valigia da piazzare dove volevano.

Nell’adolescenza ho avuto problemi a gestire la rabbia e non capivo perché nessuno voleva spiegarmi la mia origine,  perché non potevo essere come gli altri ragazzi che appena varcavano la porta della loro casa si sentivano felici ed amati.

L’unico con cui potevo avere un legame era Euclides, un pittore che da quanto ricordo ho sempre conosciuto.

Stavo bene con lui.

Sin da piccolo mi permetteva di guardarlo mentre dipingeva.

L’inebriante odore dei colori distribuiti sulla tavolozza era come un efficace tranquillante il suono del pennello che accarezzava la tela era una dolce melodia.

All’inizio mi bastava guardare. Presto crebbe la voglia di vedere tutti i posti che apparivano nei film, di sentire gli odori di una città affollata.

Sognavo spesso di andare in America e di dipingere le persone ammassate nell’orario di punta della metropolitana, di andare a mangiare una pizza in Italia o anche semplicemente andare a visitare l’Acropoli di Atene.

Appena terminati i quadri li distruggevo.

Solo l’idea che gli altri mi vedessero debole mi urtava.

Non volevo essere compatito o passare per quello che faceva la vittima.

Dopo averne distrutti una decina, Euclides mi suggerì di venderli.

Accettai, a patto di non vederli mai più.

Con i miei quadri feci buoni affari e io mi ritrovai con un bel gruzzoletto.

Più crescevo e più capivo che tutti mi avevano preso in giro e che non avevo tanti padri, madri, sorelle o fratelli come credevo, così costrinsi Euclides a svelarmi la verità e lui rassegnato, accettò.

“Era il giugno del 1995, la terra aveva tremato.”

Mi raccontò che era andato in spiaggia per cercare l’ispirazione per un nuovo acquerello, sentì un pianto, ero io che strillavo all’ombra di una Tamerice.

Mi raccolse e mi portò in paese dove convinse gli abitanti a tenermi e ad accudirmi come se fossi stato un loro figlio.

Questa rivelazione mi scatenò un dolore immenso. Andiamo, chi mai potrebbe abbandonare un bambino nato da poco su un’isola?

Una madre soprattutto, la quale dovrebbe mettere il figlio prima della sua stessa vita …

In quel momento appresi che la vita non è assolutamente quella rappresentata nei film.

La realtà è più difficile e complessa!

Questa amara riflessione mi accese anche un senso di profonda gratitudine verso Euclides e tutti gli abitanti. Prendersi cura di un essere non tuo che avrebbe dovuto fare qualcun altro non è affatto facile.

Dopo quell’episodio imparai a trasferire tutta la rabbia e la gratitudine nei quadri, solo che una parte di tristezza era sempre lì, annidata nel mio cuore, pronta per portarmi sotto l’acqua profonda e scura.

Mi sveglio con gli occhi gonfi le guance bagnate, ho ancora più voglia di andarmene.

Nessuno potrà fermarmi!

Non c’è uno straccio di carta che testimoni un legame di sangue!

Perciò sono libero.

Lo sono sempre stato!

Del resto io, a chi appartengo?

 Racconto di Gaia Cerri (14 anni)

 

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LE TAMERICI