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La stanza era piena di ombre.

La fioca luce del tramonto entrava, piegata, dalle finestre che guardano verso la baia.

Eva, era seduta ad uno dei tavoli della taverna.

Tra le mani una tazza gialla con la scritta Elea, colma di the con latte speziato.

I profumi di cannella, cardamomo e noce moscata salivano prepotenti alle narici. La tazza calda intiepidiva i palmi, ma l’animo di Eva era freddo come il suo sguardo che cadeva tristemente lontano.

Era trascorso poco più di un anno da quando il destino le aveva strappato, in un istante, figlia e padre, lasciandola cadere in un oblio di dolore che neppure il marito riusciva a sedare.

Il dolore era l’assenza.

Quel vuoto che entra nelle ossa e ti mangia l’anima.

Ti svuota, ti annulla e ti fa desiderare di smettere di esistere.

Eva cercava di curare la ferita, ma questa si riapriva ogni qualvolta faceva riemergere un ricordo, un’emozione, un gesto perduto ma mai scordato. Come l’abbraccio che Elea chiedeva la sera, dopo il bagno, avvolta nell’asciugamano. Era profumato e morbido, come la stretta che da madre, le regalava mordicchiandole un’orecchia e sussurrandole promesse di racconti.

La sera danzavano, intorno al lettone, gnomi, folletti e fatine alate mentre Elea sorseggiava da una tazza, col suo nome inciso, un caldo the con latte speziato.

“Signori, scusi” disse la giovane donna che aiutava a servire ai tavoli nella locanda. Eva si stacco dai ricordi e riprese contatto con la realtà.

“ Scusi posso esserle utile?” ripeté la ragazza con un gentile sorriso sul volto.

Eva lanciò un veloce sguardo fuori dalla finestra, verso la baia, poi ordinò dell’altro the caldo con latte bianco.  La giovane, sorrise nuovamente e guardò incuriosita il sacchetto di spezie  posato sul tavolo e la tazza gialla nella quale la donna straniera aveva versato il the.

Eva ricambiò spontaneamente il sorriso, posò gli occhi sulla tazza vuota che teneva in mano, raccolse la busta ingiallita che aveva estratto dalla borsa al suo arrivo, prese le spezie, le sigarette ed uscì nella terrazza.

All’aperto, a cercare il vento, l’aria  come se quel viaggio nei ricordi le avesse sottratto il respiro.

Fu allora che lo notò.

Un uomo, solo. Seduto in un angolo.

Scelse un posto che le consentiva di poter continuare ad osservarlo.

Si mise gli occhiali da sole, anche se non ce ne sarebbe stato bisogno. Accese una Malboro ed attese, sguardandolo, che le fosse portato il the.

Non riusciva a distogliere l’attenzione da quell’uomo.

Forse lo aveva già incontrato?

Più ci pensava e più era convinta di averlo incontrato al porto.

Sempre in disparte, sempre isolato, con quell’aria misteriosa che lo avvolgeva.

Da sotto le lenti scure, Eva, buttava brevi sguardi per fissare dettagli e raccogliere particolari.

Segnato, non dal tempo ma da ciò che il tempo gli aveva riservato, quell’uomo sembrava più vecchio di quello che in realtà doveva essere.

Non era bello, ma riusciva ad incantare. Una sigaretta accesa, lo sguardo fisso su qualcosa che teneva in mano. Era immobile.

Sul tavolo due bottiglie di birra, una vuota, l’altra quasi, un posacenere pieno di mozziconi, fecero pensare a Eva, che quell’uomo, come un’ombra, fosse lì da diverso tempo.

L’uomo, spense la sigaretta, finì con un sorso la birra, posò la bottiglia sul tavolo, e con un gesto deciso della mano chiamò a sé la giovane cameriera.

Questa, si avvicinò a lui con un fare grazioso e seducente.

Iniziarono a parlare, tra di loro anche gesti e sguardi.

Eva represse l’istinto di avvicinarsi per carpirne i significati, e sentì nascere in lei un malizioso sorriso.

Fu allora che spostò l’attenzione sul tavolo e prese a giocherellare rigirando nervosamente tra le mani, la vecchia busta ingiallita con la scritta: PER EVA.

Chissà da quanto tempo era stata scritta!

Dopo tutti quegli anni ferma in un cassetto nella casa dei suoi genitori a Barcellona…. Ora avrebbe potuto aprirla.

Eva esitò.

Sentiva, in cuor suo, che non era pronta, non era quello il momento giusto.

Quella notte a Schinoussa, il cielo era limpido, la luna era piena e le strade sterrate che percorrono l’isola non hanno bisogno di ulteriore luce per essere visitate.

Eva aveva deciso di raggiungere, a piedi, la spiaggia di Almyros.

Seduta sugli scogli che contengono la piccola baia, si perse nel fruscio delle onde che pacatamente si adagiano sulle rocce e sul bagnasciuga in un ritmo ipnotico.

La sciarpa di canapa sulle spalle, per ripararsi dall’umidità della notte, la mano in tasca ad accarezzare il peso trasportato nella busta ingiallita dal tempo … Eva stava sotto il cielo stellato.

In lontananza un gruppo di giovani abbandona la spiaggia dopo aver ballato e cantato intorno ad un falò imprigionato da un cerchio di pietre.

Eva decide di raggiungere il calore della brace.

La nutre con dei legni secchi resi argentei dal vento e dal sole, che abitano l’isola nelle giornate d’estate.

Poi… è un attimo.

Il vento si placa, il fuoco prende vita ed Eva estrae dalla tasca la busta a lei indirizzata.

“Ora” dice.

E con un movimento deciso, di cui anche lei  si sorprende,  apre la busta. E al chiarore delle fiamme e della luna inizia a leggere:

DOLCE EVA,

CARA FIGLIA, E’ TUA MADRE CHE SCRIVE.

TUO PADRE HA UN FIGLIO, NATO PRIMA DI TE, TUO FRATELLO.

FORSE VIVE ANCORA SULL’ISOLA A SCHINOUSSA, TERRA CHE  HO NEL CUORE MA DALLA QUALE HO DOVUTO FUGGIRE.

SONO TRASCORSI MOLTI ANNI ORMAI, HAI 16 ANNI E STAI PER PARTIRE PER LONDRA

DEVI SAPERE

IL RAPORTO CON TUO PADRE NON E’ CHE L’ESITO  DEL MIO EGOISMO CHE MASCHERATO D’AMORE PER TE, HA CARPITO LE VOSTRE VITE E LE HA  LEGATE L’UNA ALL’ALTRA

IL DOLORE E’ LA MENZOGNA

QUANDO LO SCOPRII, TU STAVI  VENENDO AL MONDO. 

 FU COME SE QUALCOSA SI FOSSE SPEZZATO,

LA CONSAPEVOLEZZA CHE LUI NON CI FOSSE PIU’, FOSSE ALTROVE.

OLTRE LE CONVENZIONI

OLTRE LE REGOLE E PROMESSE  SCAMBIATECI

OLTRE LO SPAZIO E AL TEMPO  CHE CI VEDEVA UNITI

NON SONO STATA CAPACE DI LASCIARLO ANDARE PERDONAMI.

I VOSTRI LITIGI,  LE AGGRESSIONI , LA SUA RIGIDITA’ ED ASSENZA NELL’ESSERTI PADRE NON SONO CHE L’ESITO DI UN’ESISTENZA NELA FINZIONE.

E LA FINZIONE COME TRACCIA DELL’ESISTENZA NON PAGA.

AVREI DOVUTO AVERE PIU’ CORAGGIO

AVREI DOVUTO SAPERE CHE LA SERENITA’ E’ OSPITE DELLA VERITA’.

MA HO AVUTO PAURA.

SCONTO LA MIA INCAPACITA’.  DI FERMARE IL TEMPO, DI LIBERARMI DEGLI OBBLIGHI DEL CUORE, DI  LASCIARE ANDARE IL COPIONE DI DONNA GRECA, NATA E CRESCIUTA SULL’ISOLA E DI CAMBIANRE QUESTA SEMPLICE TRAMA GIA’ SCRITTA.

PERDONAMI  ..

L’aria riprese a soffiare all’improvviso, rigandole il viso con le lacrime che le avevano riempito gli occhi e appannato la vista.

Il foglio fra le dita le fu strappato dal vento, dopo una breve danza nella notte si adagiò sulle acque che preso, lo portarono a disciogliersi.

Un biglietto, però, spuntava ancora tra i lembi della busta.

Attaccata con dello scotch, una piccola chiave, e sotto una scritta inumidita da un pianto antico, ciò che le restava di sua madre.

FARE SPAZIO

FERMARE LO SCORRERE

PRENDERE CON DETERMINAZIONE LA DIREZIONE

ACCOGLIERE LE ONDE E IL LORO CULLARE

NON ASPETTARE L’EVENTO  MA COGLIERE L’IMPREVISTO

COSTRUIRE GIORNO PER GIORNO

Eva strinse nella mano la chiave.

Guardò sulla collina dietro a sé, il casolare in pietra con le finestre e la porta gialle.  Rivide se stessa, a due anni, giocare con dei gattini fuori da casa.

 

di Laura De Micheli

 

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