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Annika si svegliò al canto del gallo.
Era sempre stata convinta che accadesse all’alba, eppure a Schinoussa non era così: il gallo strillava quando cazzo voleva lui, in questo caso le dieci di mattina.
Ancora intorpidita dal sonno, rimase distesa a recuperare le forze per affrontare una nuova giornata, osservando il soffitto.
Un geco giallastro cosparso di macchie viola attendeva paziente che una sventurata zanzara gli capitasse a tiro.
La luce del mattino filtrava dalle persiane e il vento trasportava il rumore delle onde, costante e imperturbabile.
La stanza era spoglia ma fornita dell’essenziale: oltre al letto di una piazza e mezzo, vi erano solo una sedia su cui era accumulata una pila di vestiti, un mobile senza cassetti, e un comodino su cui erano appoggiati un bicchiere vuoto, una lampada e una raccolta di poesie di Jacques Prevert.
Fino a qualche mese prima si sarebbe potuto trovare anche un bloc notes rosso con una matita, sui cui Annika annotava i sogni appena sveglia.
Ma da quando era arrivata sull’isola le capitava raramente di sognare e quando accadeva era sempre lo stesso; e non era certamente piacevole.
Finalmente Annika si alzò, guardò l’orologio: le 10:27.
Dopo una doccia veloce e un caffè freddo uscì per andare alla cascina di Ioannis, il fattore.
Annika aveva da poco lasciato l’università ad Atene, nonostante le mancassero pochi esami per ottenere la laurea in medicina veterinaria; tuttavia le sue conoscenze erano sufficienti ad aiutare i contadini e gli abitanti con i piccoli malanni che colpivano gli animali di tanto in tanto.
Sulla strada per la cascina salutò diverse persone. In poche settimane aveva conosciuto gran parte degli isolani e tutti erano molto cordiali nei suoi confronti.
Per la prima volta nella sua volta soprattutto non si sentiva sguardata dagli occhi di chi, come molti in Grecia, non era abituato alla sua bellezza statuaria e tipicamente nordica, che suo malgrado le ricordavano le radici svedesi.
Ioannis la accolse come al solito con una tenerezza quasi paterna: i grossi baffi grigi e il volto scavato dalle rughe gli conferivano un’aura di saggezza che i modi di fare non smentivano.
-Elena ti sta aspettando – disse
Elena era la capra più giovane della fattoria, e doveva partorire; Ioannis aveva l’abitudine di chiamare i suoi animali con nomi di personaggi Omerici, e ciò rendeva più facile ad Annika affezionarsi ad essi.
Il travaglio non durò molto, e una volta terminato Annika osservò con malinconia il capretto succhiare il latte materno: un procedimento così naturale e semplice che rappresenta il primo passo di un amore eterno, o almeno così dovrebbe essere.
Il resto della giornata passò tranquillo, e a sera Annika si concesse un bagno alla sua spiaggia preferita: una caletta nascosta, dalla sabbia fine e l’acqua cristallina.
Arrivata notò però con disappunto che non era la sola.
“Ecco la solita coppietta di turisti” pensò, andandosi a sedere il più lontano possibile
Mentre leggeva un romanzo giallo, Annika ascoltava distratta il suono della chitarra con cui la ragazza accompagnava il suo canto agrodolce, e molti ricordi le si fusero in testa, in un vortice di dolore e amarezza.
La morte di Lampros, il suo fidanzato, era giunta all’improvviso, e come un fulmine a ciel sereno aveva distrutto il fragile equilibrio che negli ultimi quattro anni era riuscita a trovare.
La coppia davanti a lei appariva serena, nonostante le sembrasse di scorgere un certo turbamento dietro gli occhi verdi del ragazzo.
Quando si è giovani e felici ci sente invincibili, ed è strano poter pensare che basta un attimo per sconvolgere un’esistenza.
La coppia continuava a suonare. Cantavano in inglese e come lei sembravano alla ricerca di qualcosa; forse l’accordo giusto, forse una melodia nuova.
“Senza musica la vita sarebbe un errore” scrisse Nietzsche, ma forse la vita è musica: una sinfonia di suoni in cui basta una minima variazione di tono per trasformare un’armonia maggiore in minore, e viceversa.
Nel frattempo il sole era calato e Annika decise di tornare a casa. Passò accanto a un edificio bianco apparentemente abbandonato, che si stagliava nel blu della notte e pareva appoggiato al promontorio con un mattoncino di lego.
La luna era bassa e luminosa, il mare ne accoglieva il riflesso.
Due occhi verdi la osservavano nell’oscurità e Annika riconobbe la sagoma di Odisseo, il gatto di Ioannis.
Si fermò: i sandali in mano e lo sguardò rivolto verso il mare.
Chiuse gli occhi, aprì la porta e poco dopo era a letto, avvolta in un lenzuolo bianco a fissare il solito geco sul soffitto.
Prima di addormentarsi un ultimo pensiero le attraversò la mente:
“Gli unici rumori che senti sono il lento e costante sciabordio delle onde e il fischio leggero del vento, capisci di essere altrove, non importa rispetto a dove; se stai scappando da qualcuno, qualcosa o da te stesso; oppure semplicemente ti stai prendendo una pausa dal mondo; decidi di staccare la spina, e lasciare che tutto vada leggero come deve andare”.

di Belluzzi Gabriele, 21 anni

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